La storia di Knud Enemark Jensen

La storia del doping è lunga quanto quella dello sport agonistico e, probabilmente, è altrettanto lunga la lista delle vittime di pratiche volte a migliorare le proprie performance: a vincere.
Knud Enemark Jensen potrebbe essere un nome tra i tanti, in questa lista, se non fosse per le circostanze della sua morte, avvenuta durante le Olimpiadi di Roma nel 1960.

Era il 26 agosto e la temperatura si aggirava intorno ai quaranta gradi: un colpo di calore, hanno pensato tutti quando Jensen ha iniziato a stare male, a circa venti chilometri dal traguardo.
I compagni cercarono di sorreggerlo per aiutarlo ad arrivare fino in fondo, per ben dieci chilometri.
Rimasto solo, cadde – apparentemente a causa di una insolazione – fratturandosi il cranio: così riporta l’autopsia, che non fa però parola delle sostanze dopanti trovate nel corpo del giovanissimo ciclista.

La sua morte spinse il Comitato Olimpico a istituire una commissione medica apposita in occasione delle Olimpiadi invernali del 1968 a Grenoble e ai Giochi estivi di Città del Messico, nello stesso anno.

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